Il giudice più severo

Il giudice più severo

Più leggo, più parlo, confrontandomi con le persone, e più mi rendo conto di quanti traumi muti ognuno di noi riesca ad accumulare con tacito, forse inconsapevole, consenso.

Tutti abbiamo qualcosa per cui ci sentiamo in colpa, o che fa semplicemente troppo male ricordare. Un episodio, o più di uno, una pena inflitta o subita, dalla quale continuiamo a scappare, come rei fuggitivi, braccati, che cercano di eludere le proprie responsabilità. Prigionieri di una galera costruita da noi. Detenuti e poliziotti. In cerca di un’ora d’aria che, se avessimo il coraggio di metterci a nudo davanti ad uno specchio, e guardarci senza paura, diventerebbe libertà.

In quante trappole ci andiamo ad incastrare chiudendo la porta dietro di noi? Quanto è grande il labirinto delle paure e delle colpe ? Quanto intensamente permettiamo che quelle zone d’ombra influenzino la nostra vita, le nostre scelte?

Il processo di rimozione, negazione ed autopunizione della mente umana, mi affascina tantissimo.

Conosco chi, traumatizzato da un’ infanzia troppo dolorosa, ha cancellato completamente determinati avvenimenti o, addirittura, i ricordi legati alla persona che, quella sofferenza, gliela aveva inflitta.

Per proteggerci, spesso, dimentichiamo. Ma dimenticare non è la giusta difesa. Non è la vera medicina. Ho sempre pensato, testandolo sulla mia pelle, che se una cosa fa male e vogliamo superarla, dobbiamo entrare dentro alla ferita. Il dolore può essere atroce. Se era stato soffocato o rimosso, può sembrare insopportabile. Ma per sanare bisogna disinfettare.

Brucia. Ma poi si cura.

Una ferita, se grave, può lasciare una cicatrice. Quello sarà il nostro vessillo, il nostro premio. Una cicatrice non “passa”, è evidente, ci appartiene, toccandola riviviamo l’evento che l’ha causata. Quella cicatrice è il nostro promemoria, la nostra guida, il nostro orgoglio, perché abbiamo avuto il coraggio di curarci, di sentire, e sentirci, fino in fondo e di non dimenticare, ma accettare e superare.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il passato non si può cambiare, va accettato in quanto parte di ciò che siamo. Il nostro passato siamo noi. Possiamo, però, da lui imparare. Il passato, così come il dolore, sono maestri, non nemici.

Togliamo le catene al dolore ed anche i muri del labirinto cadranno. Accettare le nostre disarmonie, trasformandole in nuove armonie, può sgretolare le sbarre della nostra cella. Accettare, elaborare, credere di potercela fare è la nostra cura, è la chiave di una porta che, in realtà, non necessita chiavi. Stavamo cercando di aprirla nel verso sbagliato. Spingevamo fuori. Ma quella porta si apre verso l’interno. Entra in noi e poi ci rilascia. Assolti dal giudice più severo che esita : noi stessi.

Roberta

Questo articolo ha 8 commenti.

  1. credo sia uno dei pezzi più belli che tu abbia mai scritto

    1. Mi commuovo.
      Grazie a te che, di me, sai tutto e leggi tutto.

  2. Verissimo e,parlo come sai per esperienza personale,a volte ci vogliono anche 20 anni per elaborare un dolore ma imparare ad accogliere la sofferenza e non ad evitarla non ce lo insegna nessuno ed impariamo sulla nostra pelle.Accettarlo e conviverci, mettendo da parte rabbia e risentimento,è una conquista!

    1. E che soddisfazione, quale sollievo quando ce la facciamo!!!
      Grazie Simona, del tuo tempo e di aver condiviso la tua esperienza.

  3. È un post davvero profondo, e come sempre offri tantissimi spunti di riflessione.
    Personalmente, pur torturandomi, tendo ad affrontare le cose perché altrimenti non sono proprio in grado di lasciarle indietro… per andare avanti.
    Ti abbraccio!

    1. Direi che il tuo approccio è il migliore.
      Un abbraccio a te Alessia.

    2. Questo tuo articolo Roby mi ha rapito dall’inizio alla fine. E’ incredibile come tu riesca ad entrare dentro le persone come se le conoscessi. Mi sono soffermata su molti punti, “il passato non si può cambiare, va accettato in quanto parte di ciò che siamo” , “una cicatrice non possa, ci appartiene” ecco te ne cito soltanto un paio di una lunga serie che mi hanno toccato nel profondo. articolo estremamente intenso. Complimenti Roby

      1. Grazie amica/amico anonimo,
        Quello che sentiamo e, soprattutto, riconosciamo, ci colpisce sempre.
        Siamo in tanti a portare con orgoglio le nostre cicatrici.
        Un abbraccio sincero.
        Roby.

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