Racconto inedito: Saul.

Racconto inedito: Saul.

Racconto inedito: Saul.

Oggi decido di pubblicare questa nuova storia, apparsa in questi giorni nella mia mente sempre in movimento.

Spero vi piaccia e, magari, abbiate voglia di condividerla con chi pensate potrebbe apprezzarla.

Buona lettura.

Saul

Quella Domenica mattina sembrava apparentemente uguale a tantissime altre precedentemente vissute. La luce filtrava lieve dalla tapparelle non completamente chiuse, alcune voci cominciavano a riecheggiare per la via che portava alla chiesa, ed un invitante profumo di torte appena sfornate, saliva dalla pasticceria sotto casa.

Scheggia, però, non era al suo posto.

A quell’ora del giorno, il gatto grigio di Sara era solito dormire appallottolato sulla poltrona vicino al letto. Ora stranamente correva, come se fosse impazzito, per tutta casa.

Non era inusuale vederlo schizzare come una Scheggia, appunto, priva di controllo sui muri ed i pavimenti dell’appartamento del secondo piano di Via Rivoli 14. Ciò che indubbiamente risultava anormale era l’orario di manifestazione di quella follia.

-Scheggia: fermati!

Gli gridò Sara ancora mezza intontita dal letto, ma il felino insisteva in quella sua dissennata corsa.

Quando finalmente la padrona poggiò i piedi sul legno liscio del parquet, Scheggia si bloccò come una statua di marmo di fronte a lei, e la fissò con quei suoi occhi col verde acqua trasparente.

-Mi fai capire cosa sta succedendo?

Sì, stava dialogando col suo coinquilino peloso. Per quanto assurdo possa sembrare,  era una pratica quotidiana e, contrariamente a tutte le aspettative, il buon Scheggia capiva e trovava un modo per rispondere. Anche questa volta, infatti, non fu da meno.

Si avvicinò alle caviglie della sua umana, le diede un paio di capocciate, strusciò soavemente il fianco sinistro sui polpacci di lei e poi si posizionò col muso rivolto verso la porta della stanza.

-Hai fame? Eppure sono certa che tu abbia ancori molti croccantini nella tua ciotola. Ingordo!

Dubbiosa, lo seguì, ma il micio non si diresse in cucina, bensì in soggiorno. La condusse fino alla cesta accanto alla finestra del balcone, dove dormiva la siesta pomeridiana grazie ad un immancabile raggio di sole. Si sedette quasi appiccicato alla parete ed iniziò a battere insistentemente con la coda sul pavimento.

Sembrava colpisse sempre lo stesso punto.

-Si, lo so! Dobbiamo chiamare qualcuno per far aggiustare questo pezzo di parquet. È un po’ sollevato e potremmo farci male.

Scheggia aggiunse un sonoro Miaoooo, ai suoi battiti di coda che parevano incalzare con fare alquanto nervoso.

Sara si chinò. Mise una mano proprio dove le indicava il gatto e, con sua sorpresa, vide una fessura abbastanza pronunciata che fino alla sera prima, non c’era. Provò a sollevare. Scheggia dimostrava la sua approvazione camminando in cerchio attorno alla padrona. Sara fece un po’ di forza e si aprì una minuscola botola. Era realmente piccina, come una scatoletta incastonata nel pavimento.

Infilò una mano all’interno di quell’inaspettato pertugio e ne estrasse un foglio di carta ingiallito, accuratamente ripiegato in quattro.

-Volevi che trovassi questo?

Il gatto diede il suo assenso dando il via a sonore fusa.

-Non smetterai mai di stupirmi, Scheggia mio! Vogliamo vedere cosa è?

Aprì con estrema cura il foglio, cercando di non romperlo in quanto molto delicato al tatto. Probabilmente era antico. Chissà da quanto tempo si trovava sotto a quelle travi e chi ce lo aveva riposto, o meglio, nascosto?

Ciò che apparve ai suoi occhi fu una lettera.

Le parole erano scritte con grafia incerta ma erano, paradossalmente, ancora ben leggibili. Sara si spostò sul divano, col fedele Scheggia seduto tra le sue gambe incrociate, e si inoltrò in quell’inaspettato mondo che aveva richiamato la loro attenzione quella particolare mattina.

Caro amico che un giorno abiterai questa casa,

il mio nome è Saul, ho dodici anni, sono Italiano, ebreo ed i Tedeschi stanno arrivando.

Sara si interruppe. Sentiva il cuore batterle forte. Respirò a fondo e, poco dopo, riprese.

Sono qui in questa casa da circa un mese con la mia mamma. Un amico del mio papà, che è come uno zio per me, anche se non siamo parenti, ci ha nascosti quando dei soldati hanno portato via mio padre dal bar in cui lo stava aspettando per bere un caffè. Lui lo ha visto da fuori perché non ha fatto in tempo ad entrare. I tedeschi hanno preso a schiaffi papà e lo hanno trascinato fuori. Da allora non abbiamo più avuto sue notizie.

Lo zio Antonio, così si chiama, aveva una libreria che però, i Nazisti hanno messo a soqquadro perché, hanno detto, familiarizzava con una razza che non era pura. Lo avevano avvisato che quello era un avvertimento e che se lo avessero beccato a proteggere “sporchi ebrei”, lo avrebbero ammazzato. Lui, nonostante tutto, è venuto a prenderci e ci ha fatti fuggire da casa nostra per nasconderci qui.

Sono venticinque giorni che viviamo in silenzio per non farci sentire, perché nessuno sappia che siamo in questo posto. Ci nascondiamo sotto ai letti quando sentiamo rumori e mangiamo poco per non dare nell’occhio; se lo zio facesse una spesa troppo grande per un uomo solo, desterebbe sospetti.

-I muri hanno orecchie, Saul. Dovete parlare piano piano, sia tu che la mamma. E vi prometto che, se riesco, vi mando via da questa città. Ma devo trovare persone fidate e, di questi tempi, non ci si può fidare di nessuno.

Lo diceva più rivolto alla mamma che a me. Ma io capivo che la situazione era grave. Sono cinque anni che le cose vanno male per noi ebrei. Nel 1938 hanno messo delle leggi che dicevano che noi eravamo diversi, che non dovevamo mischiarci con gli altri. A poco a poco la vita si è fatta ogni giorno più dura e ci hanno trattato sempre peggio. Non avevano mai portato via nessuno però. I fascisti, intendo.

Invece, da quando sono arrivati i Tedeschi alcuni mesi fa, le cose sono peggiorate e tante persone sono state trascinate per strada, rapite dalle proprie case e posti di lavoro. C’è tanto terrore nell’aria. Ci si ritrova soli, senza più nulla e nessuno che voglia aiutarti.

Sento mamma pregare e piangere. Chiama papà, ma lui non c’è. Allora io mi avvicino a lei e la stringo. Le dico di parlare sottovoce e che ritroveremo papà quando tutto questo sarà finito. 

Se devo dirti la verità, amico sconosciuto, non lo so se questo terminerà e quando. Ascolto i discorsi per strada, quatto quatto dietro alla finestra del balcone, e dicono cose tipo

-Li stanno ammazzando tutti. Non si può far nulla. Se aiuti, muori con loro.

Oppure

-È quello che si meritano quei bastardi!

So cosa vuol dire bastardo, ed io non lo sono: ho una mamma ed un papà, anche se non ho più sue notizie. Inoltre non sono nemmeno sporco! Mi lavo, sai! Sono molto pulito. Mia madre ci tiene tanto e non posso nemmeno sedermi a tavola, se non mi sono ben sciacquato le mani. Non capisco cosa stia accadendo. Anche i bambini con cui giocavo, lentamente, si sono fatti distanti ed i loro genitori mi, anzi, ci guardano male. Sembra che siamo diventati una malattia brutta e contagiosa. Ma come possono cambiare così in fretta le cose? E soprattutto, perché?

Perché sono ebreo?

Ma io sono sempre lo stesso Saul. Sono un bambino buono, ubbidiente, non ho neanche mai fatto male alle lucertole, come alcuni compagni di scuola che gli staccavano le code per vederle muoversi anche senza il corpo.

Ho sempre odiato la violenza su esseri indifesi. Non si fa! La lucertola non può combattere contro tre, o più, bambini cattivi a cui la sua sofferenza non importa. Sembra che a loro non interessi far male.

Mi sento come se fossi diventato io, e tutti quelli come me, quella lucertola.

Ieri sera, alla radio che lo zio ascolta piano, hanno detto che hanno “rastrellato” il ghetto di Roma. Io non so cosa voglia dire questa espressione, ma dalla sua faccia credo che sia qualcosa di davvero terribile. Non ho trovato il coraggio di chiedere.

Questa mattina, Domenica 17 Ottobre 1943, lo zio Antonio non è tornato dal suo giro di compre. Un vicino diceva sul pianerottolo che lo hanno impiccato in piazza perché nascondeva qualcuno. Quelle persone siamo noi. Zio Antonio è morto ammazzato ed ora stanno venendo a prenderci.

La mamma non parla. Sembra diventata muta.

Io ho paura. Tanta paura, perché mi sa che ci uccideranno.

Ho una sola piccola speranza: magari prima di morire, riesco a ritrovare il mio papà ed a dirgli che gli voglio tanto bene. A mamma lo dico tutti i giorni, però lei, ormai, sembra già un cadavere. Non si muove, non reagisce. Le ho detto che dovevamo scappare ma non si è mossa. Ha detto

-Non c’è modo di fuggire da questo nostro orribile destino. Fai il bravo e forse saranno clementi. Magari non ci sparano subito.

Mi chiamo Saul, ho dodici anni e sento le voci dei Tedeschi che invadono le strade, entrano nei palazzi, buttano giù porte e conducono via noi ebrei con la forza.

Non so quanto manchi. Credo poco. I rumori sono sempre più forti. Le urla atroci.

Ti lascio questa lettera, amico che abiterai questa casa, la nascondo qui sotto sperando non la trovino.

Sappi che in questo luogo io sono stato protetto ed aiutato.

Ho compreso che il mondo, quello che conosco io almeno, può essere terribile e le persone crudeli. Nonostante ciò, esiste anche gente come lo zio Antonio che si è fatto ammazzare per sostenerci, per non abbandonarci. Sono persone gentili, altruiste, che non hanno timore di combattere le ingiustizie, che rispettano gli esseri umani anche se sono diversi da loro.

Spero tu sia uno di questi.

Se sopravvivo, tornerò a suonare a questo campanello per conoscerti e raccontarti la mia storia.

Se non ce la farò, fallo tu per me.

Ti saluto.

Saul Azzaria, un bambino Italiano ed ebreo di dodici anni.

La lettera fu più volte bagnata dalle lacrime di Sara. La coincidenza che fosse proprio una Domenica il giorno in cui si chiudeva quel cerchio che aveva iniziato a delinearsi nel 1943, le tolse ulteriormente il fiato.

Iniziò immediatamente delle ricerche online e si mise in contatto con l’associazione Figli della Shoah per trovare qualche riferimento a Saul, ad una possibilità che fosse sopravvissuto al massacro.

Il nome di Saul Azzaria si trovava nelle liste  dei deceduti in Polonia, nel campo di concentramento di Auschwitz Birkenau.

Probabilmente era uno di quei bambini che trovatosi di fronte alla domanda posta da un soldato Nazista

-Vuoi andare dalla tua mamma?

Aveva risposto sì e l’aveva raggiunta in una camera a gas.

Roberta Leonardi, 9 Febbraio 2021 

Di seguito, per chi volesse saperne di più, il link per l’associazione figli della Shoah:

https://www.figlidellashoah.org/

 

 

Questo articolo ha 26 commenti.

  1. Mi hai ricordato un po’ la scena della lettera di V per vendetta, e sai quanto mi piaccia …. ❤

    1. Lo ritengo un complimento meraviglioso.
      so anche avresti voluto che Saul suonasse quel campanello.

      1. Anche a me piace tanto la lettera di V di Vendetta…
        Bellissimo e toccante racconto Roberta!
        Chissà quante lettere nascoste ci sono ancora in Italia, ed in Europa in generale… ❤️

        1. Chi lo sa… Ci toccherà cercare😍

  2. Molto toccante. Ho letto Il diario di Anna da ragazzina e tutto ciò che riguarda queste storie mi ha sempre molto commosso e anche sconvolto, come mi hanno sconvolto i libri di Primo Levi. Il pensiero che ancora purtroppo queste cose accadono seppure con altri protagonisti, mi dice che la nostra società ancora ha moltissimo da imparare… e lo vediamo costantemente sotto i nostri occhi! Grazie, bellissimo racconto!

    1. Grazie a te, per questa analisi interessante e molto, troppo vera.
      Un abbraccio.

    2. Io non amo i racconti sull’olocausto e le sue vittime ma come sempre tu scrivi così bene… Normalmente avrei chiuso a metà ma tu mi hai portato fino in fondo. Nonostante l’argomento mi hai tenuta attaccata fino alla fine. Brava Robi ❤️

      1. Grazie🙏

  3. Stupendo racconto,, quando l’ho letto ho sentito emozioni e il cuore batteva forte ❤️ Grazie Roberta ❤️

    1. Bene. Regalare un’emozione è sempre un immenso piacere.

  4. Un brano che trascina in quei tragici eventi, come se fossimo in una macchina del tempo, senza dimenticare che tutto ciò potrebbe terribilmente riaccadere

    1. Già. In modo diverso continua ad accadere. La violenza e le tirannie continuano ad esistere.
      Buona serata, Giorgio

    2. SPERIAMO DI NO, PER NOI MA SOPRATUTTO PER I NOSTRI FIGLI.
      VP

  5. Un racconto che fa’ riflettere. È importante ricordare quanto è stato inflitto al popolo ebreo. Una violenza drammaticamente vera che bisogna imparare a riconoscere per evitare di manifestarsi. Anche se,oggi, la violenza ha assunto forme diverse ma non meno drammatiche. Grazie Roberta ❤️

    1. Grazie a te, Vincenza.
      Grazie di cuore

  6. Un racconto molto profondo che mi ha veramente emozionato …❤️ … quando avrei voluto che la fine fosse lieta … ma come nella realtà questo è accaduto per pochi troppi pochi 😢😢… grazie Roberta cara amica dalla ✍🏻 magica.

    1. Anche mio marito voleva il lieto fine. Son stata cattiva questa volta. O forse solo realista.
      Buona serata cara Claudia.

  7. Quando succedevano queste cose, proprio all’inizio, ero un ragazzo e non ne sapevo niente. Ora so e giudico e mi fa male

    1. Credo sia importante parlarne, proprio per educare noi stessi e le persone che ci circondano, a non ripetere determinate mostruosità.
      Purtroppo, oggigiorno, siamo circondati da orrori.
      Grazie del tuo commento, Egidio

  8. Roberta ,sei capace di suscitare emozioni con la tua scrittura. Sono fiera e orgogliosa di essere tua sorella

  9. Roberta , come sempre mi emozioni . Sono sempre più fiera e orgogliosa di essere tua sorella

    1. Caspita!!! Questo commento non me lo aspettavo. Sorella mia, mi commuovi. Accipicchia!
      Grazie. Anche io sono fiera di essere tua sorella. Sei uno dei doni più belli che la vita mi ha concesso.
      Ti voglio bene!!!

  10. Tutti pensiamo “speriamo non accada più”, ma la realtà è purtroppo che sta ancora accadendo. Altrove. Su altri popoli. Che hanno ancur meno voce, o possibilità di farla sentire a noi. Ci sono diversi genocidi in atto al mondo, più o meno espliciti, più o meno silenziosi, e noi ci sentiamo tranquilli solo perché non ne siamo del tutto consapevoli. Come ci sentiamo al pensiero che sa qualche parte, oggi, un Saul sta scrivendo la sua ultima lettera? O forse non la sta scrivendo, perché non ne ha i mezzi, o non sa scrivere… E allora quel che c’è nel suo cuore morirà con lui nell’oblìo generale.

    1. È per questo che bisogna parlare, raccontare e non far finta di nulla.
      Grazie, Silvia, per aver espresso la tua opinione.

  11. Non servono parole, perché questo racconto tocca l’anima. ♥️

    1. Grazie, Alessia.

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