Storia delle mie catene.

 

Catene che sono depressione e malessere
Storia delle mie catene.

Storia delle mie catene.

Questa è la storia delle mie catene.

Non so bene come raccontarvela, però ci proverò.

Inizia tutto in un momento che non vedi arrivare, ti ci trovi semplicemente dentro. Conoscevi le luci e le ombre ed ora, senza preavviso, l’ombra sei tu. Tu sei oscurità. Ci stai dentro, ti avvolge e vorresti gridare ma la voce resta strozzata in gola. Se poi, per un caso fortuito, riesci ad emettere un suono flebile, le pareti del buio che ti cinge e stringe sono troppo spesse per farlo uscire, quindi nessuno ti sente.

È una gabbia dalle sbarre strette, quella in cui ti trovi. Risoluta ti ci aggrappi, la scuoti, ma l’unica che trema sei tu.

Rabbrividisci di gelida rabbia e soffocante paura perché non sai, non capisci come sei giunta in quel non luogo.

Quando poi quella galera svanisce, immediatamente, precipiti in un pozzo freddo, umido ed il terrore si trasforma in panico. Provi ad arrampicarti verso il cielo che vedi sopra la tua testa, in lontananza. L’unico risultato è che perdi tutte le unghie! Ti saltano via, una dopo l’altra, nello sforzo di aggrapparti alle pietre che ti circondano e separano dalla salvezza.

Quindi, alla fine, ricadi nuovamente giù, stremata, senza fiato.

Ecco, questo è un punto importante: il respiro.

Nel pozzo non c’è aria, non respiri, vai continuamente in apnea, in affanno. I polmoni bruciano ed il malessere aumenta, cresce in maniera esponenziale. Se poi qualcuno prova a dirti di stare calma, che prima o poi passerà, che devi resistere in quell’antro che ti sottrae la vita, allora impazzisci! Diventi una belva.

Resistere? Ma io voglio vivere, non resistere.

Nonostante i tuoi tentativi di fuga, resti prigioniera. Ti siedi perché hai le gambe e le braccia stanche. Senza menzionare la mente: quella è realmente esausta. Il continuo tentativo di cercare di capire ti ha prosciugato. Tutto ti appare inutile ed infinitamente più grande di te.

Insormontabile.

Sei una farfalla alla quale hanno grattato via la polverina dalle ali. Non puoi più volare. Sei a terra.

Allora sopraggiunge la resa.

Ti arrendi e ti fermi. Smetti di scappare, di rincorrere i pensieri e permetti loro di perdersi nell’aria. Provi a non trattenere più nulla. Ti impegni a non concentrarti sulla mossa successiva, su ciò che avverrà, su quando accadrà e, con una voce che non hai mai utilizzato prima, dici

-Basta.

Ti accorgi di avere i piedi e gli abiti bagnati. Sono le tue lacrime, quelle che speri, ogni volta, siano terminate, ma loro, caparbie, si rigenerano in fretta, come tu non riesci a fare. Liberi anche loro, non ha senso imprigionarle.

Tu, intanto, stai.

Non sei certa di essere, senza dubbio però, sei sicura di stare, di rimanere lì.

Dove?

Nel pozzo.

Il pozzo è attesa
Nel pozzo.

Sai perfettamente dove ti trovi ed in questo momento, in cui hai smesso di agitarti, arrampicarti e divincolarti, sembra addirittura tu possa respirare meglio. Magari è un’illusione, ma la tieni stretta.

Quanto impiegherà  quell’illusione a divenire sogno?

Probabilmente dovresti prima dormire, riposare un po’. Have a rest, come dicono gli Inglesi. Riposa. Resta. Rimani.

Hai gli occhi chiusi. Vaghi. Fluttui. Non sempre è piacevole.

Quando li riapri guardi istintivamente in su, ma sai che quella non è la strada per risalire.

Il cammino probabilmente è una fessura che precede una porta, un tunnel, un canale, una botola che raggiungerai pur stando ferma, perché immobile non è assente. I tuoi sensi acquisiranno una nuova coscienza e, con essa, vedrai, sentirai, annuserai, assaporerai, toccherai nuove cose che ancora non percepisci.

Sei un feto che si sta formando, un seme che sta crescendo, un germoglio che diverrà fiore col tempo. Con la pazienza delle stagioni.

Tu, con la calma del cuore che ancora, purtroppo, non conosci o non sai usare: rinascerai!

Ebbene sì, è questo che mi ripeto in quest’ultimo periodo.

-Tornerò a nascere.

Per adesso, però, sto qui, nel pozzo, seduta.

Attendo che la mancanza di movimento smetta di terrorizzarmi.

Casualmente mi volto verso un ciuffo di muschio che mi solletica il collo. Lo stupore mi assale senza farmi cadere, anche perché, in effetti, sono già a terra. Un verme si sporge da un mattone. Non ci posso credere: mi sta sorridendo. Non posso che sorridergli anche io. Mi accorgo che indossa una sciarpa. Se la sfila con mani invisibili e me la dona.

È il regalo più bello che abbia mai ricevuto.

Mi ritrovo una margherita tra le dita. Gliela porgo. Lui arrossisce e lentamente svanisce dietro una quasi impercettibile porticina. L’apertura è grande a sufficienza perché possa guardare all’interno.

C’è una tavola apparecchiata. È l’ora del tè. Sebbene io non sia Alice, e lui non sia il Cappellaio Matto, me ne offre una tazza, dissetandomi.

Credo di essermi addormentata.

L’illusione è scivolata nel sogno ed io, con una bevanda calda, una sciarpa, un fiore ed un verme accanto, sorridente attendo.

Non so quanto mi fermerò, potrebbe essere una sosta breve o lunga. Nessuno può stabilirlo.

Nel frattempo, voi che mi volete bene quanto io sto ricordando di volerne a me stessa, abbiate pazienza ed un giorno: tornerò.

Libera dalle mie catene tornerò a rinascere.
Attesa.

Prima di salutarvi vi dedico questo ulteriore pensiero.

Storia delle mie catene: Il malessere, riflessione personale.

Il malessere è scomodo. Stare accanto, esserci per qualcuno che non sta bene, può risultare molto complicato.

Si rischia di vedere nel dolore, nella difficoltà dell’altro, le proprie sofferenze e paure.

Esserci è esporsi.

L’altro è specchio anche dei nostri fastidi, è responsabilità di sostenere spettri che potrebbero rivelarsi comuni.

Quando un amico è nel buio, si potrebbe non aver voglia di restare nella stessa stanza con lui.

L’assenza di allegria, disarma.

Ascoltare il disagio, la bruttezza, sostenere la follia, l’incoerenza, può risultare ostico. Bisogna volerlo davvero tanto. È un atto di incondizionato amore. Quindi, grazie, a chi in quella abitazione ha scelto di entrare e di farmi sentire che c’era.

Quando non vedi, impari a sentire.

Percepisci coi sensi.

Stringi corde invisibili. Afferri respiri e te li metti in petto per poter respirare tu stesso.

Il vagare convulso nel vuoto, a poco a poco, si trasforma in danza incorporea, fino a dare un senso, una direzione, la tua, all’odore che ti guida fuori dall’orrore.

Mi piace credere che siano queste presenze gentili a spargere essenze di oli profumati che, con la loro scia, ti rammentano come si cammina. Sempre loro, gli amici coraggiosi, con delicato interesse predispongono minuscoli lumi, che tu accenderai, quando sarai sulla nuova via.

Malessere è malattia.

La malattia, lo so per esperienza, è realmente molesta.

I curatori, gli sciamani dell’anima, sono pochi, rari e preziosi. Nonostante ciò, ognuno di noi scoprirà di averne qualcuno vicino. Non illudiamoci però: la via d’uscita è un percorso personale, e soltanto una porta ha il nostro nome scritto sopra.

Scovare quell’uscio, infine, spetta a noi.

Attendere al buio
Al buio

Roberta Leonardi,  Storia delle mie catene, 16 Febbraio 2021

Questo articolo ha 10 commenti.

  1. Hai ragione, io no ci sono e mi sento in colpa. Ma lo sai che ti voglio bene, lo stesso bene. Io sono nel mio pozzo, Il peso che mi avevano messo addosso non mi ha solo sbattuto nel pozzo ma mi ha fatto pensare che le mie braccia e le mie gambe non potessero farmi uscire.,che io fossi debole e inutile. Ma la mia strada è verso l’alto. Sono arrampicata a metà ho perso metà delle unghie, sono esausta ma sto appesa e ogni volta che ho un po’ di forza salgo un altro po’. Mi dispiace che le due situazioni siano state coincidenti. Non possiamo aiutarci. Ma quando uscirò dal mio pozzo spero che tu sia già fuori dal tuo e se sarò io ad uscire per prima verrò fuori dal tuo a tererti compagnia mentre trovi la tua strada per uscire. E poi una birra insieme al sole, al mare. Ti voglio bene

    1. 🧡
      Anche io.

  2. So per esperienza che quando si vive accerchiati da pareti che sembra che non portino da nessuna parte ,ci si sente persi e la disperazione ci schiaccia. So cosa vuol dire essere in fondo al pozzo , ma so anche che nell’ apparente immobilità ,se alzi gli occhi vedi la luce, lontana difficilmente raggiungibile…guarda meglio…c’è anche una corda a cui aggrapparti e dall’altra parte c’è chi ti ama pronto a tirarti su quando sarai pronta per farlo.
    Le mie mani sono doloranti ma posso tirare ancora molte corde.
    Non dimenticarlo

    1. Non lo dimentico. So che sei. Ci sei sempre stata. Sei parte della mia luce.
      Grazie, sorella mia.

  3. il problema più difficile, nella mia esperienza, è il riconoscimento delle catene, del pozzo nell’oscurità in quanto tali.
    In determinati momenti, che possono essere molto lunghi, provi solo una non-sensazione sorda che quella sia la tua vita e che quelli sianoi tuoi orizzonti.
    Amo la parte relativa alla resa, è il punto più doloroso ma anche più autentico, di quel riconoscimento. È sorprendente come l’accettazione di una “sconfitta” sia il viatico per una “vittoria”.
    Ma i termini sono sbagliati. Non si vince e non si perde, l’unica cosa che conta è rimanere il più possibile sintonizzati su noi stessi.
    Ti abbraccio, amica mia, sei più preziosa di quanto riesca a dire.
    G

    1. Mio splendido amico G,
      anche tu sei prezioso.
      Rimaniamo sintonizzati! Rimaniamo in ascolto.
      Ti abbraccio
      R.

  4. Trovare la porta con il nome .. la parte più difficile .. ma c’è e questa è la speranza .. il nostro vissuto ci aiuta a capire e ci permette di rompere queste catene o meglio a capire che ne usciremo… certo che sarà così. Ogni tuo racconto mi emoziona perché mi ci rispecchio . Grazie cara amica ❤️

    1. Grazie a te, Claudia.
      Un abbraccio.

  5. Non è facile riconoscere quelle catene, accettarle e prenderne consapevolezza, ma come ti ho detto è il primo vero passo per liberarsene. E ci vuole coraggio, un coraggio che non tutti hanno, e sarà quello a consentire di risalire dal pozzo, metro per metro…
    Come posso, sono qui ♥️

    1. Grazie

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